Novembre 1995. La Clio della nonna era carica fino al tetto: le tavole sui sedili abbattuti, i borsoni infilati alla meglio negli spazi che restavano — tutto improvvisato, altro che gli incastri studiati al millimetro per la moto. La madre di Exo dormiva il suo pisolino del dopopranzo; la mia mi aveva visto uscire con un saluto qualunque. La prima sera senza di noi sarebbe suonata strana, questo sì, ma ancora da potersi spiegare. Era il 1995: telefoni in tasca non ne avevamo, nessuno che conoscessimo ne aveva — chi usciva lasciava al massimo il numero di un fisso, e spariva fino al rientro. E poi Exo di casa era già scappato una volta, spingendosi fino a Bordeaux: le sparizioni, con lui, erano materia conosciuta. Non sapeva niente nessuno: non le famiglie, non la scuola. E la macchina l'avevamo presa così, senza chiedere il permesso. Davanti c'erano milleduecento chilometri, la notte in mezzo, e in fondo un oceano che conoscevamo solo dalle riviste.
Exo mise in moto. Io nello specchietto guardai solo un istante.
Ma per capire quella partenza bisogna tornare indietro di due mesi, a una mattina di settembre, davanti a un portone di via XX Settembre.
Il bus arancione mi lasciò in via XX Settembre, alla fermata appena oltre la scuola, in direzione di piazza De Ferrari. Scesi e tornai indietro di qualche decina di metri sotto i portici, camminando lento, senza fretta di arrivare. La strada si apriva in leggera salita, un corridoio di arcate alte con le volte affrescate e i pavimenti a mosaico d'inizio secolo — grifoni, fiori e riccioli in giallo Siena e nero — consumati da generazioni di suole. Le serrande dei negozi si alzavano una a una: le boutique, le gioiellerie, le grandi librerie con i commessi che sistemavano le pile dei giornali appena scaricati. L'aria sapeva di focaccia calda e di caffè dei bar appena aperti, con sotto il diesel degli autobus e, quando il vento girava giusto, un'idea di porto.
Era fine settembre e la città aveva ripreso il suo passo: gente in giacca che tagliava dritta verso gli uffici, studenti col motorino parcheggiato di traverso, il ponte monumentale che scavalcava la strada più avanti, nero di smog sui bordi. Io avevo diciannove anni compiuti ad agosto, due anni di scuola persi uno dietro l'altro, la patente in tasca da più di un anno e un indirizzo scritto su un foglietto: il numero civico di un palazzo elegante, l'ultimo piano, una scuola privata per il recupero degli anni scolastici. Si chiamava Leopardi, come il poeta, e la cosa faceva sorridere: una scuola piena di ripetenti intitolata a uno che a scuola non c'era mai andato — il conte Giacomo aveva studiato da solo, nella biblioteca di suo padre, fino a lasciarci la salute. Un rischio, quello di rovinarsi sui libri, che la nostra classe non avrebbe corso mai.
Recupero anni. Due parole che in famiglia nessuno pronunciava mai per intero: meglio i giri larghi — «una scuola privata», «un istituto in centro». Mia madre, che faceva l'insegnante, aveva firmato l'iscrizione senza commenti, e forse era stato peggio che se avesse urlato. Io però quella mattina non mi sentivo un ripetente. Mi sentivo uno che ricominciava da zero, e da zero si può solo salire. O almeno era quello che mi raccontavo, fermo davanti al portone, guardando gli altri.
Perché gli altri erano già lì. Un gruppo di ragazzi si accalcava sotto il portone in attesa che aprissero: qualcuno fumava, qualcuno rideva troppo forte per essere le otto del mattino, un paio avevano occhiali scuri che a settembre, sotto i portici, servivano a nascondere più che a riparare. Belle scarpe, giacche buone. Non era la fauna che mi aspettavo. Anzi: era esattamente quella, solo vestita meglio. Una scuola così costava, e chi la pagava erano famiglie che potevano permettersi di comprare ai figli il tempo perso.
Io me ne stavo in un angolo, da solo, a studiare le facce. Mi chiedevo chi di loro avrei sopportato, chi l'avrebbe fatto con me, e chi proprio non avrei potuto vedere; e fermo lì, a studiare il gruppo, mi venne il dubbio che qualcuno stesse facendo lo stesso con me, a mia insaputa. Non è timidezza, la mia. È che prima di entrare in un'acqua nuova io la guardo: da dove rompe, dove tira la corrente, dove conviene stare. Lo faccio al mare e lo faccio con le persone. Poi entro.
Il portone si aprì con uno scatto elettrico e la piccola folla si riversò dentro. L'atrio era di quelli signorili, marmo e specchi, con le targhe d'ottone accanto al citofono: uno studio legale, un dentista, e in cima, ultima, la targa della scuola. C'era un ascensore a gabbia, di quelli con le porte di legno e la grata che si chiude a mano, ma non ci entravano più di quattro persone e nessuno aveva voglia di aspettare. Salimmo a piedi, tutti insieme, un serpente su per le rampe: tacchi secchi, suole che strisciavano, risate che rimbalzavano tra i muri e diventavano più grandi.
In cima, l'istituto occupava tutto l'ultimo piano, ricavato da quello che un tempo doveva essere stato un appartamento enorme, coi soffitti alti e qualche resto di affresco negli angoli. Il corridoio era lungo e senza finestre, illuminato dai neon e dalla luce che entrava dalle porte aperte delle aule: erano loro ad avere la luce vera — disposte sul perimetro, piene di finestre libere, senza nessun palazzo intorno abbastanza alto da fargli ombra. Le aule si aprivano una dopo l'altra, coi nomi delle classi stampati su fogli A4 attaccati con lo scotch. La mia era in fondo, all'angolo del palazzo: tre finestre grandi e una portafinestra che dava su un balconcino stretto, sopra i tetti d'ardesia.
Scelsi l'ultimo banco, vicino alla finestra, senza pensarci. Certe scelte non sono scelte, sono istinto: l'ultimo banco è il posto da cui vedi tutto senza che nessuno veda te, lontano dalle prime linee, con una via di fuga per gli occhi. Il mio habitat naturale.
E la via di fuga c'era, anche se il mare, da lassù, non si vedeva. Troppi tetti, troppe antenne, troppi palazzi tra noi e il porto. Ma si intuiva. Lo capivi dai gabbiani, che giravano larghi sopra i camini e poi sparivano tutti dalla stessa parte; dalle nuvole, che verso sud si aprivano diverse, più chiare, come se sotto avessero spazio; dal vento, quando la portafinestra era socchiusa, che certe mattine arrivava con dentro un'idea di sale. Il mare c'era, anche se non lo vedevi. Bastava saperlo leggere. E io pensai solo che la stagione delle mareggiate era vicina, che a ottobre il libeccio comincia a lavorare sul serio, e che da quel banco, se non altro, avrei potuto tenere d'occhio il cielo.
La porta si aprì di scatto, senza bussare, come si aprono le porte quando dall'altra parte c'è qualcuno convinto di essere atteso.
Entrò Exo.
Biondo, non alto, con le spalle larghe dentro una felpa slavata e un sorriso che prometteva guai e allegria in parti uguali. Si fermò un attimo sulla soglia, passò in rassegna l'aula come si guarda un locale prima di decidere se restare, e quando arrivò a me — ultimo banco, vicino alla finestra — annuì tra sé, come a dire: ecco, appunto.
«Quest'anno le lezioni le seguiamo per bene, eh» disse, attraversando l'aula.
«Per questo ti siedi in fondo.»
«Per questo mi siedo vicino a te.»
Mollò lo zaino sul banco accanto al mio e si lasciò cadere sulla sedia. Non eravamo mai stati compagni di classe, io ed Exo. Ci conoscevamo da cinque anni, da un'estate in montagna, e in quei cinque anni le nostre scuole, le nostre zone e i nostri orari si erano sempre incastrati male. La sorte però ci aveva trattati allo stesso modo: due anni persi a testa, maturati in istituti diversi con metodi diversi e identico risultato. Adesso eravamo qui, nello stesso posto, nello stesso anno, nella stessa fila. Certe cose il caso le fa meglio dell'impegno.
«Tua madre?» gli chiesi.
«Ha detto che è l'ultima volta che paga. Tu?»
«La mia non ha detto niente.»
«Peggio.»
«Peggio, sì.»
Sistemai le mie cose con calma, e intanto guardavo i nuovi compagni prendere posto. Dall'ultimo banco si vede tutto, l'ho già detto: e quello che si vedeva era un campionario. C'era chi si era seduto composto, col diario nuovo squadrato sul banco, la penna già in mano, come se bastasse la cancelleria a cambiare vita. C'era chi si era buttato di lato sulla sedia, le gambe allungate nel corridoio tra i banchi, il messaggio chiaro: io sono qui di passaggio. E c'erano due o tre facce di un pallore particolare, gli occhi lucidi e lontani già alle otto e un quarto del mattino, che si guardavano intorno al rallentatore. Quella categoria lì l'avrei imparata a conoscere bene, in quella scuola. Era numerosa, e trasversale: tagliava i ricchi e i meno ricchi, i simpatici e gli antipatici, con una democrazia che nessun'altra cosa al mondo aveva.
Nella coppia di banchi alla mia destra riconobbi una faccia: Matteo. In mezzo a noi c'era solo il suo compagno di banco. Sapevo che l'avrei trovato lì. Eravamo stati compagni di banco nella vecchia scuola, e a dirla tutta forse il fatto di starmi vicino, di assecondarmi in ogni cosa, non l'aveva aiutato: certe bocciature si prendono anche per simpatia. Matteo era timido, di compagnia, fedele come pochi; non credo di averlo mai visto incazzato, in tutti gli anni che l'ho conosciuto. Se lo sentivi discutere di politica era sempre per colpa del compagno di turno, perché lui, lasciato in pace, annuiva e sorrideva. Ci salutammo da lontano, con un cenno, di quelli che rimandano il discorso a dopo: in una classe di sconosciuti, una faccia nota è già mezza casa.
Davanti a noi si girarono in due, quasi insieme.
«Massimo» disse il primo, porgendo la mano con una specie di solennità ironica.
Aveva i capelli scuri, lunghi fin quasi alle spalle, e una di quelle facce che sembrano uscite da una copertina di dischi che non si stampano più: un giovane Jim Morrison, con un accenno di Mick Jagger quando sorrideva, cioè spesso. La camicia aperta sul collo, un anello d'argento al pollice.
«Joe» disse il secondo, più basso, più nervoso, con gli occhiali sottili e le dita che tamburellavano sul banco un ritmo tutto loro.
Ci presentammo. Le solite domande dei primi giorni: da dove venite, quanti anni dovete recuperare. La sezione era quella dello scientifico; la scuola ne aveva anche altre, con altri indirizzi. La classe era fatta di reduci dai licei scientifici di mezza città e anche oltre: qualcuno, per recuperare, si faceva ogni mattina parecchia strada. Ognuno col suo naufragio personale: Massimo da uno scientifico di quelli seri, e lo raccontava con l'aria di uno che era stato invitato a uscire per divergenze artistiche. Joe non specificò. Si sporse invece verso di noi, abbassando la voce come per una confidenza importante, e disse che per reggere il ritmo degli studi lui contava sulle micropunte.
Lo disse così, tranquillo, come uno che ti spiega che metodo usa per gli schemi di storia.
Io feci un mezzo cenno con la testa, di quelli che possono voler dire tutto, e non chiesi altro. Non sapevo cosa fossero le micropunte, non esattamente almeno, ma sapevo abbastanza per capire di che famiglia di cose stavamo parlando. In quella scuola, l'avrei scoperto presto, quella famiglia di cose era di casa: girava nei bagni, nei balconi, nelle tasche interne delle giacche buone, con la stessa naturalezza con cui altrove giravano le figurine. Nessuno ne faceva un dramma e nessuno ne faceva un mistero. Era un dato dell'ambiente, come i soffitti affrescati e le targhe d'ottone.
Guardai Exo. Exo guardò me. Non ci dicemmo niente, perché non serviva. Con lui era sempre stato così: ci capivamo senza parlare. Cinque anni di estati, di neve, di mare e di guai fatti insieme ci avevano abituati a guardarci e sapere già cosa stava pensando l'altro, e il più delle volte a volere la stessa cosa nello stesso momento. Quello sguardo lì, per esempio, diceva una frase intera, e la frase era: sarà un anno interessante.
Fuori dalla finestra il sole era salito sopra i tetti. I gabbiani adesso giravano più alti, bianchi contro l'azzurro, e continuavano a sparire tutti dalla stessa parte, verso quel mare che da lì non si vedeva ma c'era, calmo, da qualche parte oltre il porto. E oltre ancora, molto oltre, c'era tutta l'acqua del mondo: le onde che a Genova non arrivavano mai abbastanza grandi, gli spot di cui parlavamo per sentito dire come si parla delle ragazze più belle, i posti con i nomi stranieri. Biarritz. San Sebastián. Ma questo, quella mattina di settembre, era ancora soltanto un rumore di fondo, una radio accesa in un'altra stanza.
Poi la porta si aprì di nuovo, e il brusio si spense di colpo, come quando si stacca la corrente.
Era la preside in persona: non alta, i capelli neri a caschetto, l'aria di chi ne aveva viste. Oltre a dirigere la scuola insegnava inglese, e la prima ora del primo giorno se l'era tenuta per sé. Si prese un momento per guardarci, senza fretta, come si misura una stanza prima di decidere di abitarci. Non so cosa vide. So che alla fine posò il registro sulla cattedra e disse soltanto: «Let's begin».
Qui finisce l'anteprima: il romanzo va avanti per altri ventinove capitoli.
C'è la notte della partenza, i milleduecento chilometri, il confine passato senza dirlo a nessuno. C'è l'oceano, che è un'altra cosa dal mare di casa. C'è una città che impara i nostri nomi, un lavoro che nessuno voleva, e due ragazze che non erano nei piani.
E c'è il bajío:
il fondale che non si vede, e che disegna l'onda.
© 2026 Paolo Follini
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Questo estratto è pubblicato dall'autore a scopo di anteprima.